ESPROPRIAZIONI

21/01/2014

ILLEGITTIMA L'ESPROPRIAZIONE SE MANCA IL RIFERIMENTO AL TERMINE DEI LAVORI


Illegittima l'espropriazione per pubblica utilità se manca il riferimento al termine dei lavori, che non può neppure essere desunto da un atto "de relato".
Lo ha stabilito la Corte di cassazione a Sezioni unite, con la sentenza 26778/2013, accogliendo la doglianza dei ricorrenti che hanno denunciato l'erroneità della statuizione della Corte di appello laddove aveva ritenuto che i termini attinenti all'inizio ed alla fine dei lavori risultassero implicitamente dal relativo progetto esecutivo. Secondo la Suprema Corte, in materia di esecuzione di opere pubbliche, la proprietà privata può essere espropriata solo se il programma dell'amministrazione ha termini certi, relativi all'inizio e compimento delle procedure di esproprio. Nel caso in cui le opere pubbliche abbiano uno specifico progetto approvato i termini per l'esproprio e l'ultimazione dei lavori sono facilmente individuabili negli atti progettuali. A tale proposito, tuttavia, la Corte territoriale non ha affermato di aver esaminato il progetto e di aver appreso, dall'esame del contenuto, quali fossero i due termini in questione, ma ha piuttosto ritenuto, "verosimilmente in ragione della natura e delle caratteristiche di tale atto, che il richiamo ad un atto diverso, peraltro specificamente individuato ed agevolmente consultabile presso i competenti uffici comunali "consentisse la necessaria rilevazione".
Mentre così non era in quanto la deliberazione del Consiglio Comunale di Curno relativa al progetto esecutivo "inerente l'allargamento e prolungamento della via Fermi", non recava "alcun riferimento... ai termini stabiliti per il compimento dei relativi lavori".
Dalla illegittimità della dichiarazione di pubblica utilità per la mancata indicazione dei termini per lo svolgimento dei lavori discende che l'occupazione delle aree è riconducibile ad un comportamento materiale della P.A., non ricollegabile in alcun modo ad un esercizio dei poteri ad essa conferiti, circostanza che a sua volta comporta che spetta al giudice ordinario la giurisdizione sulla domanda risarcitoria proposta dal privato.


 


SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE



SEZIONI UNITE CIVILI



Sentenza 12-29 novembre 2013, n. 26778



REPUBBLICA ITALIANA



IN NOME DEL POPOLO ITALIANO



LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE



SEZIONI UNITE CIVILI



Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:



Dott. ROVELLI Luigi Antonio - Primo Presidente f.f. -



Dott. BERRUTI Giuseppe Maria - Presidente Sez. -



Dott. RORDORF Renato - Presidente Sez. -



Dott. SALVAGO Salvatore - Consigliere -



Dott. PICCININNI Carlo - rel. Consigliere -



Dott. MACIOCE Luigi - Consigliere -



Dott. MAZZACANE Vincenzo - Consigliere -



Dott. CHIARINI Maria Margherita - Consigliere -



Dott. DI CERBO Vincenzo - Consigliere -



ha pronunciato la seguente:



sentenza



sul ricorso proposto da:



L.T. e L.P., elettivamente domiciliati in Roma, via Sistina 42, presso l'avv. Francesco Giorgianni, rappresentati e difesi dagli avv. D'ADAMO GERARDO e Fabrizio D'Adamo giusta delega in atti;



- ricorrenti -



contro



Comune di Curno in persona del Sindaco;



- intimato -



avverso la sentenza della Corte d'appello di Brescia n. 424/12 del 29.3.2012;



Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 12.11.2013 dal Relatore Cons. Carlo Piccininni;



Udito l'avv. Sparano su delega per i ricorrenti;



Udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CICCOLO Pasquale Paolo Maria, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso.



Svolgimento del processo



Con atto di citazione ritualmente notificato L.T. e P. convenivano in giudizio davanti al Tribunale di Bergamo il Comune di Curno, per sentir accertare che l'ampliamento ed il prolungamento della via (OMISSIS), realizzati anche su terreno di loro proprietà, era avvenuto in assenza di valida dichiarazione di pubblica utilità dell'opera, e sentirlo quindi condannare al conseguente risarcimento del danno, a far tempo dalle illegittime occupazioni delle aree in questione fino al soddisfo. Il Comune, costituitosi, eccepiva preliminarmente il difetto di giurisdizione del giudice adito e comunque la prescrizione del diritto azionato, mentre nel merito della richiesta sollecitava il rigetto della domanda. Il Tribunale accoglieva la prima eccezione, in ragione del fatto che il richiamo ai termini previsti nella convenzione di lottizzazione per la realizzazione dell'opera, stipulata dal Comune con la Curno Shopping Center s.p.a., avrebbe fatto escludere l'inesistenza della delibera, e da ciò sarebbe derivato che il comportamento conseguente della Pubblica Amministrazione causativo di danno ingiusto sarebbe stato pur sempre riconducibile all'esecuzione di provvedimenti amministrativi.



La decisione, impugnata dai L., veniva poi confermata dalla Corte di Appello di Brescia, che segnatamente escludeva in punto di fatto che la delibera del Consiglio Comunale di Curno n. 41 del 6.3.1990 fosse priva dell'indicazione dei termini iniziali e finali per la procedura espropriativa, che sarebbero stati viceversa fissati rispettivamente in sei mesi dalla delibera e nei cinque anni ad essa successivi, mentre riteneva, in relazione alla data iniziale e finale dei lavori, che implicito richiamo fosse stato fatto al riguardo con il riferimento al progetto esecutivo degli stessi.



Secondo la Corte territoriale il richiamo "de relato" ad un atto diverso, peraltro correttamente individuato e agevolmente consultabile, avrebbe dovuto dunque necessariamente "risolversi in una doglianza circa un difetto di motivazione dell'atto, come tale deducibile dinanzi al giudice amministrativo".



Avverso la sentenza L.T. e P. hanno proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi, poi ulteriormente illustrati da memoria, cui non ha resistito l'intimato.



La controversia veniva quindi decisa all'esito dell'udienza pubblica del 12.11.2013.



Motivi della decisione



Con i tre motivi di impugnazione L.T. e P. hanno rispettivamente denunciato: 1) violazione della L. n. 1150 del 1942, art. 28, e vizio di motivazione sotto il profilo della inutilizzabilità degli strumenti espropriativi, poichè le aree in questione sarebbero all'interno del perimetro della lottizzazione, mentre la Convenzione urbanistica sarebbe di epoca anteriore (1989) rispetto alla delibera comunale di approvazione del progetto (1990).



Con la scelta del modello negoziato di pianificazione, infatti, il Comune avrebbe rinunciato all'opzione autoritativa, e quindi all'espropriazione, sicchè la successiva dichiarazione di pubblica utilità delle aree in questione sarebbe imputabile ad errore "presunto o voluto"; 2) violazione della L. n. 1865 del 2359, art. 13, art. 37 c.p.c., art. 133 lett. G) c.p.a., in relazione all'erroneità del giudizio secondo il quale i termini di inizio e fine lavori sarebbero desumibili dalla deliberazione del Consiglio Comunale n. 41 del 6.3.1990.



Ed infatti il richiamo al progetto esecutivo dei lavori sarebbe indeterminabile, atteso che la detta delibera, pur disponendo l'approvazione del progetto, non conterrebbe i relativi estremi di identificazione. Ad identiche conclusioni dovrebbe poi pervenirsi ove il termine di riferimento da considerare fosse la convenzione di lottizzazione, anzichè la sopra citata delibera, e ciò in quanto si sarebbero succeduti almeno tre piani di lottizzazione per la sistemazione delle aree oggetto di giudizio, non sarebbe possibile comprendere a quale piano di lottizzazione si intendesse fare riferimento, i termini di inizio e fine lavori non sarebbero conseguentemente enucleabili; 3) violazione dell'art. 5 L. 1865, n. 2248, all. E, per il fatto che, coerentemente con l'affermata illegittimità della citata deliberazione consiliare n. 41, la Corte di appello avrebbe dovuto disapplicarla "e, preso atto della sua inutilizzabilità nel presente giudizio, concludere per la propria giurisdizione anzichè declinarla". Osserva il collegio che è fondata la censura prospettata con il secondo motivo di impugnazione, con il quale i ricorrenti hanno denunciato l'erroneità della statuizione nella parte in cui la Corte di appello aveva ritenuto che i termini attinenti all'inizio ed alla fine dei lavori risultassero implicitamente dal relativo progetto esecutivo.



Ed infatti al riguardo va premesso che è incontestata la circostanza secondo la quale il provvedimento amministrativo contenente la dichiarazione di pubblica utilità priva dei termini per il compimento dell'espropriazione e dell'opera "è radicalmente nullo ed inefficace" (p. 6 della sentenza impugnata, che sul punto richiama la giurisprudenza di questa Corte), così come è analogamente incontestata la legittimità di una loro indicazione "de relato", vale a dire facendo specifico riferimento ad un atto diverso. Quello che invece è stato contestato dai ricorrenti è proprio la concreta possibilità di ricavare i detti termini dall'esame dell'atto di riferimento, individuato dalla Corte di appello nel progetto esecutivo dei lavori.



Sul punto occorre innanzitutto precisare che la Corte territoriale non ha affermato di aver esaminato il detto progetto e di aver appreso, dall'esame del relativo contenuto, quali fossero i due termini in questione, ma ha piuttosto ritenuto, verosimilmente in ragione della natura e delle caratteristiche di tale atto, che "il richiamo ad un atto diverso, peraltro specificamente individuato ed agevolmente consultabile presso i competenti uffici comunali" (p. 7) consentisse la necessaria rilevazione.



Peraltro la deliberazione citata a sostegno della decisione censurata è quella n. 41 adottata dal Consiglio Comunale di Curno in data 6 marzo 1990, delibera avente ad oggetto l'approvazione del progetto esecutivo "inerente l'allargamento e prolungamento della via (OMISSIS)", senza alcun riferimento, tuttavia, ai termini stabiliti per il compimento dei relativi lavori.



Nè può dirsi che tali termini siano ugualmente ricavabili dall'esame della documentazione in atti, e ciò in quanto, in conformità di quanto anche formalmente eccepito dai ricorrenti (p. 45 del ricorso), il progetto esecutivo non risulta prodotto ed allegato agli atti processuali. D'altra parte la mancata produzione ora richiamata risulta pure per altro verso, vale a dire per la differente indicazione dell'atto di riferimento ai fini dell'individuazione dei termini in questione operata dal primo e dal secondo giudice del merito. Secondo il tribunale, infatti, il termine finale dei lavori sarebbe stato desumibile dalla convenzione per la lottizzazione dell'11 agosto 1989, mentre secondo la Corte di appello, come detto, risulterebbe dal progetto esecutivo dei lavori.



Conclusivamente deve dunque ritenersi che dalla illegittimità della dichiarazione di pubblica utilità per la mancata indicazione dei termini per lo svolgimento dei lavori discende che l'occupazione delle aree è riconducibile ad un comportamento materiale della P.A., non ricollegabile in alcun modo ad un esercizio dei poteri ad essa conferiti, circostanza che a sua volta comporta che spetta al giudice ordinario la giurisdizione sulla domanda risarcitoria proposta dal privato.



Il secondo motivo di impugnazione va quindi accolto, mentre restano assorbiti gli altri, con conseguente cassazione della sentenza impugnata e rinvio al Tribunale di Bergamo ai sensi dell'art. 383 c.p.c., comma 3, anche per le spese del giudizio di legittimità.



P.Q.M.



Accoglie il secondo motivo di ricorso, assorbiti gli altri, dichiara la giurisdizione del giudice ordinario, cassa la sentenza impugnata e rinvia al Tribunale di Bergamo in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.



Così deciso in Roma, il 12 novembre 2013.



Depositato in Cancelleria il 29 novembre 2013.