Risarcimento danni per ingiusta detenzione, suicidi e condizioni inumane in carcere


Risarcimento danni per ingiusta detenzione, suicidi e condizioni inumane in carcere

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Lo stato d’emergenza

Sono ormai trascorsi tre anni da quando con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri fu dichiarato lo stato di emergenza carceraria.
Ad oggi, le condizioni carcerarie non sono molto migliorate, anzi, in alcuni casi sono addirittura peggiorate. 

A determinare l’emergenza una molteplicità di fattori: dalle condizioni inumane in cui sono tenuti i detenuti, alle scarse cure a cui vengono sottoposti, fino alla carenza di personale penitenziario e quindi alla quasi inesistente sorveglianza sui detenuti stessi.  

Eppure le norme dell’Ordinamento Penitenziario, che regolamenta le condizioni di vita delle carceri italiane, affermano, tra gli altri principi, che il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona. 

Ove tali condizioni non fossero rispettate è quindi possibile, ed è un diritto del detenuto, chiedere un risarcimento al Ministero della Giustizia per il danno subito. 

Le condizioni che consentono di intraprendere un’azione giudiziaria sono quindi molteplici. È infatti possibile:

  • chiedere il risarcimento del danno morale per essere stati sottoposti a trattamenti inumani e degradanti - e dunque per violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Rientrano in questa tipologia i danni subiti a causa di sovraffollamento delle carceri e anche l'essere detenuti in carcere qualora le condizioni di salute non lo consentano (cfr. caso Scoppola c. Italia).
  • chiedere il risarcimento per i danni (sia biologici che morali) subiti a causa di infezioni o malattie, contratte nel periodo di detenzione e provocate dalle scarse o addirittura nulle condizioni igienico-sanitarie.
  • chiedere un risarcimento per i congiunti di un detenuto che si sia tolto la vita in carcere. In quest’ultimo caso, la condizione che rende possibile la richiesta del risarcimento è l’omissione di sorveglianza da parte dell’amministrazione penitenziaria, che è tenuta a salvaguardare l’incolumità della persona. 

Ingiusta detenzione

Diverso è il caso della riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione, per la quale è più corretto parlare di malagiustizia piuttosto che di stato di emergenza carceraria. 

La riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione è stata introdotta con l’emanazione del nuovo Codice di procedura penale (D.P.R. n.447/88) ed è regolamentata dagli articoli 314 e 315 dello stesso. In proposito, il suddetto codice stabilisce che la custodia cautelare in carcere è ingiusta (si parla in merito di “ingiustizia sostanziale”) quando un imputato all’esito del procedimento penale viene prosciolto con sentenza di assoluzione diventata irrevocabile, ossia riconosciuto innocente:

  1. Per non aver commesso il fatto.
  2. Perché il fatto non costituisce reato.
  3. Perché il fatto non è previsto dalla legge come reato. 

In proposito, è opportuno ricordare che, ai sensi dell’art. 314, terzo comma del Codice di procedura penale, alla sentenza di assoluzione sono parificati la sentenza di non luogo a procedere e il provvedimento di archiviazione. La custodia cautelare, inoltre, è illegittima  quando è stata subita da  un imputato  prosciolto per qualsiasi causa,  o da  un  condannato che nel corso del processo vi sia stato sottoposto senza che ne sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli articoli 273 e 280 c.p.p., a prescindere dalla sentenza di assoluzione o di condanna (art. 314, secondo comma, c.p.p. -  c.d. “ingiustizia formale”). 

Il soggetto che ha subito un’ingiusta detenzione vanta un vero e proprio diritto soggettivo ad ottenere un’equa riparazione e l’entità complessiva del ristoro (che ha natura indennitaria e non risarcitoria) deve essere valutata equitativamente da un giudice e può equivalere ad una cifra fino a € 516.456,90.

L'azione per ottenere il risarcimento del danno da ingiusta detenzione è proponibile nel termine di due anni dal momento in cui la sentenza di assoluzione o proscioglimento è divenuta irrevocabile, non è cioè più soggetta ad impugnazione, oppure, nel caso di archiviazione del procedimento, dal giorno in cui è stata notificata la richiesta di archiviazione alla persona indagata.

Decorsi due anni non è più possibile chiedere l'equa riparazione.

Modalità e procedura dell’azione legale

Tutte le azioni giudiziarie sopra descritte prevedono una fase iniziale che consiste nella valutazione del caso sulla base di una documentazione specifica (la quale verrà richiesta dallo staff di Gestione Crediti Pubblici). Accertata la sussistenza dei presupposti per il risarcimento del danno si procederà con l’invio di una raccomandata di messa in mora all’ente competente.

Successivamente, qualora non venga raggiunto un accordo, verrà predisposto un atto di citazione con cui sarà introdotta la causa vera e propria davanti al giudice competente, il quale potrà seguire modalità di svolgimento differenti a seconda del  caso. Ad esempio, qualora si tratti di infezioni contratte in carcere sarà necessaria una perizia medico-legale, mentre nel caso di barriere architettoniche, sarà necessario acquisire un parere tecnico sulla sussistenza delle stesse. In proposito, è importante tenere a mente che ogni caso ha un suo iter specifico, che viene percorso sempre con l’assistenza di un esperto del nostro staff. 

La controversia si concluderà con una sentenza.

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