CORTE COSTITUZIONALE: LA SANZIONE DEL RADDOPPIO DEL CONTRIBUTO UNIFICATO NON SI APPLICA AL CONTENZIOSO TRIBUTARIO

CORTE COSTITUZIONALE: LA SANZIONE DEL RADDOPPIO DEL CONTRIBUTO UNIFICATO NON SI APPLICA AL CONTENZIOSO TRIBUTARIO

 La Corte Costituzionale con sentenza n.18/2018 si pronuncia in via incidentale sulla questione relativa al contributo unificato nel processo tributario.

La questione trae origine dalla previsione normativa di cui all’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. n. 115/2002 che sanziona la parte che propone un’impugnazione infondata, inammissibile o improcedibile con il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione a norma del comma 1-bis, il quale a sua volta rinvia al precedente comma 1.

La Commissione tributaria regionale di Catanzaro con le ordinanze n. 49/2017 e 53/2017 aveva infatti promosso due giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. n. 115/2002, in riferimento all’art. 111, comma 2, della Costituzione. Tenuto conto dell’identità delle questioni sollevate con le due ordinanze, i giudizi venivano riuniti per essere decisi congiuntamente.

La rimettente sosteneva che, stante l’infondatezza delle impugnazioni proposte sia dall’appellante principale (amministrazione dello Stato) che dall’appellante incidentale (contribuente), ai sensi della norma censurata, dovrebbe dare atto in sentenza della sussistenza dei presupposti per il raddoppio del contributo unificato a carico di entrambe le parti. Senonché la pronuncia -sempre secondo la rimettente- potrebbe riguardare solo il contribuente e non l’amministrazione statale, esonerata, in quanto tale, dal pagamento del contributo unificato mediante il meccanismo della prenotazione a debito. Se la finalità della norma, però, è quella di scoraggiare le impugnazioni pretestuose e dilatorie con il pagamento di una somma ulteriore in caso di impugnazione infondata, inammissibile o improcedibile, tale sanzione dovrebbe colpire tutte le parti, anche nel processo tributario (in cui una è evidentemente pubblica e spesso un’amministrazione dello Stato). In caso contrario vi sarebbe una violazione del principio di parità delle parti (ex art. 111.2 Cost.).

L’Avvocatura generale dello Stato sottolineava invece le strutturali differenze della posizione della parte pubblica rispetto a quella del privato e sosteneva la tesi dell’insussistenza della violazione del principio di uguaglianza sotto il profilo della parità delle parti e conseguentemente l’esenzione dal pagamento del contributo unificato, mediante il suddetto meccanismo della prenotazione a debito, ed il mancato assoggettamento al suo raddoppio in caso di soccombenza in appello, in virtù del rilievo che lo Stato si troverebbe contestualmente debitore e creditore della prestazione tributaria.

La Corte Costituzionale dichiara inammissibili i giudizi di legittimità costituzionale, ma -superando le argomentazioni della remittente e della resistente- risolve la questione in via indiretta. Ritiene infatti che la rimettente non abbia tenuto conto “dell’opzione ermeneutica alternativa fondata sull’insuscettibilità dell’applicazione estensiva o analogica al processo tributario del raddoppio del contributo unificato -misura eccezionale e latu sensu sanzionatoria- e sul tenore testuale della disposizione impugnata, che circoscrive la sua operatività, attraverso specifico rinvio, al processo civile”. Infatti, il comma 1 -richiamato dalla norma suddetta- fa riferimento unicamente a quanto dovuto a titolo di contributo unificato nel processo civile. Il processo tributario è invece disciplinato dal successivo comma 6-quater, che non è richiamato dalla norma censurata.

La conclusione della Corte (come già precisato anche nella sentenza n. 78/2016) è, quindi, che i primi sei commi dell’art. 13 -incluso l’impugnato comma 1-quater– riguardano solamente il processo civile.

Per arrivare ad una pronuncia sul punto la rimettente avrebbe dovuto argomentare sulla applicabilità al processo tributario della norma ritenuta costituzionalmente illegittima, chiarendo le ragioni che dovrebbero giustificarla e renderla prevalente rispetto alla suddetta opzione ermeneutica. In mancanza di tale argomentazione e quindi di motivazione sulla rilevanza le questioni di legittimità costituzionale saranno sempre dichiarate inammissibili.

2018-03-01T15:35:46+00:00 1 marzo 2018|News|