Risarcimento danni per sangue infetto2022-05-10T20:01:58+02:00
Risarcimento Danni Emotrasfusioni Infette

In relazione alla responsabilità derivante da emotrasfusioni infette, negli ultimi anni, sono state registrate novità rilevanti.
Oltre alle condizioni definite dalla Legge 210 del 1992, esiste la possibilità di richiedere il risarcimento dei danni subiti a causa di emotrasfusioni di sangue infetto, citando direttamente in giudizio il Ministero della Salute.

Inoltre, se fino a pochi anni fa sussisteva il problema della prescrizione (il più delle volte insormontabile), a riguardo è intervenuta una rivoluzionaria pronuncia della Cassazione che agevola notevolmente le possibilità di richiesta danni:

Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno di chi assume di aver contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo decorre, a norma degli artt. 2935 e 2947, c. 1, c.c, non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione che produce il danno altrui o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, ma dal momento in cui viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria oggettiva diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche”.
(Cass. SSUU 581/2008).

Dunque il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno per il soggetto che afferma di aver contratto per contagio una malattia, a causa di un fatto doloso o colposo di un terzo, decorre non dal giorno in cui il terzo determina la condizione che produce il danno altrui o in cui la malattia si manifesta all’esterno, ma dal momento in cui viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto derivante dal comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria oggettiva diligenza e considerando le conoscenze scientifiche diffuse.

L’onere della prova della provenienza del sangue utilizzato e dei controlli eseguiti grava, poi, non solo sul danneggiato, ma anche sulla struttura sanitaria che dispone per legge, o per regola tecnica, della documentazione sulla “tracciabilità” (c.d. principio della vicinanza alla prova).

Dottrina e giurisprudenza sono poi concordi nel ritenere che la responsabilità per omissione debba escludersi soltanto quando il comportamento omesso, anche in caso fosse stato tenuto, non avrebbe comunque impedito l’evento prospettato. In sintesi: la responsabilità non sorge non perché non sia stato tenuto un comportamento antigiuridico, ma semplicemente perché quell’omissione non è causa del danno lamentato.

Il giudice pertanto è tenuto ad accertare se l’evento sia ricollegabile all’omissione (causalità omissiva), nel senso che tale evento non si sarebbe verificato se il soggetto agente avesse posto in essere la condotta doverosa impostagli, con esclusione di fattori alternativi.
L’accertamento del rapporto di causalità ipotetica passa, dunque, attraverso l’enunciato “controfattuale” che pone, al posto dell’omissione, il comportamento alternativo dovuto, al fine di verificare se la condotta doverosa avrebbe evitato il danno lamentato dal danneggiato. Considerato ciò, i principi g enerali che regolano la causalità di fatto sono, anche in materia civile, quelli delineati dagli artt. 40 e 41 c.p.

Tali norme devono tuttavia essere adeguate alla specificità della responsabilità civile, rispetto a quella penale: e, invero, mentre nel processo penale vige la regola della prova “oltre il ragionevole dubbio”, nel processo civile vige la regola del “più probabile che non”.
Di contro grava sul Ministero un obbligo di controllo e di vigilanza in materia di impiego di sangue umano per uso terapeutico (emotrasfusioni o preparazione di emoderivati) anche strumentale alle funzioni di programmazione e coordinamento in materia sanitaria, affinchè venga utilizzato sangue non infetto, con la conseguenza che, un’eventuale omissione, giustifica una piena responsabilità civile.

MODALITÀ E PROCEDURA DELL’AZIONE LEGALE

Una volta verificata la fattibilità dell’azione, si dovrà procedere, in via preliminare, a una richiesta di risarcimento danni, tramite raccomandata a.r., che darà inzio a una breve fase c.d. stragiudiziale (ossia, una fase in cui verrà tentato un accordo con il Ministero della Salute).
Nel caso in cui questo tentativo non dovesse con cludersi positivamente, sarà necessario convenire il Ministero in giudizio davanti al Tribunale e, dunque, intraprendere una causa vera e propria.

Scheda di approfondimento – Emotrasfusioni: malattie a causa di sangue infetto

In Italia, le persone che si sono ammalate a causa di una trasfusione di sangue infetto sono decine di migliaia, pur non potendo definire una stima precisa. Dal 1980 all’aprile del 2008, le morti accertate risultano oltre 2500 e circa 4000 coloro che sono stati contagiati da emoderivati infetti.

Da un punto di vista legale, la Legge 210/92, poi modificata dalla Legge 238/97, prevede un indennizzo a favore delle persone danneggiate in modo irreversibile a causa di: vaccinazioni, trasfusioni, somministrazioni di emoderivati, infezioni contratte per rischi professionali (in relazione al personale sanitario).

Nel dettaglio, la legge in questione si rivolge a chi ha riportato lesioni o infermità permanenti derivanti da vaccinazioni di vario tipo (obbligatorie per legge, consigliate, assunte per motivi di lavoro o per poter accedere a uno stato estero, antipoliomelitica non obbligatoria). A queste si aggiungono le persone contagiate dai virus dell’AIDS (HIV) o dell’Epatite a seguito di somministrazioni di sangue o dei suoi derivati, il personale sanitario che ha contratto l’infezione da HIV durante il servizio, il coniuge e/o il convivente contagiato dal partner e il figlio infettato durante la gestazione (purché il soggetto portatore del virus rientri nei parametri della Legge 210/92 e successive modifiche). Inoltre, in caso di morte del danneggiato, anche i parenti stretti (coniuge, figli,  genitori, fratelli minorenni e maggiorenni) possono presentare una specifica domanda di indennizzo.

La Legge 210/92 aveva, dunque, definito un indennizzo a favore degli emotrasfusi con sangue infetto e, alla fine degli anni ‘90, la Cassazione stabiliva la cumulabilità dell’indennizzo con il risarcimento dei danni da inoltrare al Ministero della Salute. Tuttavia, per coloro che erano stati contagiati prima degli anni ’80 non esisteva possibilità di risarcimento poiché era stato fissato un limite temporale di responsabilità: il 1978 per l’epatite B, il 1985 per l’HIV e il 1988 per l’epatite C.

Nel 2008, le Sezioni Unite della Cassazione hanno finalmente modificato questi parametri, stabilendo che la responsabilità del Ministero della Salute, nel trattamento del sangue dei donatori, deve essere attribuita fin dagli anni ’70 (quando il virus dell’epatite B era già noto), per non aver vigilato debitamente sul sangue infetto.

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FAQ

Gestione Crediti Pubblici anticipa tutte le spese necessarie e calcola il proprio compenso esclusivamente in percentuale sull’importo liquidato dal Giudice. Nessuna somma sarà dovuta in caso di mancato recupero. In buona sostanza chi si rivolge a GCP è certo di non dover pagare nulla se non recupera il proprio credito. Si aggiunga che il più delle volte la somma che si recupera è di gran lunga maggiore di quanto lo Stato avrebbe corrisposto spontaneamente, in quanto comprende gli interessi legali, gli interessi anatocistici (interessi su interessi) e, se dovuta, anche la rivalutazione monetaria con l’effetto di coprire quasi l’intera somma dovuta a GCP così che il più delle volte il costo è pari a zero.

Solo nel caso in cui il cliente riceva il risarcimento, a GCP viene riconosciuta una percentuale su quanto effettivamente viene incassato dal cliente.

No, nel caso di mancato risarcimento il cliente non deve sostenere nessuna spesa.

Il compenso professionale dell’avvocato è a carico di Gestione Crediti Pubblici.

I vantaggi per il cliente non si limitano al risparmio di tempo ed energie, ma sono soprattutto di natura economica. Scegliere GCP non rappresenta infatti una spesa, bensì un guadagno per il cliente. Come è possibile? Lo Stato, di fronte alla semplice richiesta di un privato o di un’impresa, paga (con i noti ritardi) il minimo cui è tenuto per legge, cioè la cifra del credito pregresso con l’aggiunta dei soli interessi legali. Con Gestione Crediti Pubblici si ha invece la possibilità di recuperare rapidamente non solo il credito e gli interessi, ma anche la rivalutazione monetaria, se dovuta, e gli interessi anatocistici (cioè gli interessi maturati sugli interessi), somme che al privato cittadino non verrebbero mai corrisposte spontaneamente seguendo l’iter ordinario del rimborso o del pagamento.

Basta contattare lo staff di GCP che richiederà un’analisi precisa (e gratuita) dei fatti e degli elementi di rischio in base ai quali si desidera procedere legalmente. In seguito, dopo una preliminare valutazione della situazione effettiva, viene definito, caso per caso, il protocollo di analisi e di documentazioni da compiere.

Il materiale necessario va valutato singolarmente da caso a caso. Una volta contattato il nostro staff, è necessario effettuare una prima valutazione in modo da accertare la reale fattibilità dell’azione legale. I nostri esperti dovranno, in pratica, documentazione alla mano, verificare se esistano o meno gli estremi per procedere alla richiesta di un risarcimento del danno.

Dopo avere raccolto le informazioni di base con la prima telefonata, GCP procede a raccogliere la documentazione medica del cliente.
Si fa quindi visionare la documentazione al medico legale e se il medico ravvisa gli estremi per procedere si informa il cliente che si può procedere.
Si procede quindi alla firma del contratto e dei documenti necessari (presso la sede di GCP oppure presso un notaio in zona del cliente).
Una volta raccolta tutta la documentazione si effettua un tentativo stragiudiziale, mettendo in mora il soggetto legittimato passivo (ad esempio il Ministero della Salute) tramite raccomandata a/r.
Se GCP riceve una risposta a seguito della raccomandata si intavola una trattativa, altrimenti (come succede nella maggior parte dei casi) bisogna procedere con un’azione legale. Si individua quindi il tribunale competente e si avvia una causa legale.

La legge 210/92 (e successive modifiche) stabilisce che hanno diritto a un indennizzo da parte dello Stato tutte le persone che abbiano riportato lesioni o infermità permanenti imputabili a:

  • vaccinazioni obbligatorie per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria italiana;
  • vaccinazioni non obbligatorie, assunte per motivi di lavoro o per incarico del proprio ufficio, o per poter accedere ad  uno stato estero;
  • vaccinazioni, anche non obbligatorie, assunte in quanto soggetti a rischio operanti nelle strutture sanitarie ospedaliere;
  • vaccinazione antipoliomelitica non obbligatoria, assunta nel periodo di vigenza della legge 30 luglio 1959, n. 695 (quando la vaccinazione non era obbligatoria);
  • contagio da virus dell’HIV o da virus dell’Epatite a seguito di somministrazione di sangue o suoi derivati, oppure da vaccinazioni.

Sono beneficiari della legge 210/92 anche:

  • il personale sanitario di ogni ordine e grado che ha contratto l’infezione da HIV durante il servizio;
  • il coniuge che risulti contagiato da uno dei soggetti di cui ai primi quattro punti, nonché il figlio contagiato durante la gestazione.

In linea generale il termine per poter richiedere i benefici previsti dalla legge 210/1992 è di 3 anni dal momento in cui il soggetto interessato scopre di aver contratto la malattia.

Su questo tema, inizialmente, non esisteva un’uniformità di vedute, almeno fino a quando la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11609 del 31 maggio 2005, ha stabilito che l’indennizzo di cui alla L. 221/1992 non esclude la possibilità di agire in giudizio per richiedere il risarcimento del danno.
Qualora la causa promossa contro il Ministero della Sanità abbia esito favorevole, la cifra ottenuta si somma all’indennizzo mensile oppure è necessario detrarre quest’ultimo (es. 500.000,00 € di risarcimento – 250.000,00 € percepiti = 250.000,00 €? Ex L. 210/1992).
Nonostante non esista un indirizzo uniforme sul punto, la giurisprudenza maggioritaria tende a escludere la cumulabilità ed è favorevole alla detrazione.

Con la Legge 25 febbraio 1992 n. 210 (in seguito, più volte modificata ed integrata) lo Stato italiano ha previsto un indennizzo per i soggetti che hanno subito danni irreversibili in seguito a vaccinazioni, trasfusioni, contagio con persona già indennizzata o con operatori sanitari che si siano infettati durante il servizio a causa di un contatto con il sangue o i suoi derivati.
Detta legge riguarda il riconoscimento di un indennizzo indipendentemente dalla dimostrazione di una colpa e, dunque, non preclude la possibilità di rivolgersi all’Autorità Giudiziaria per ottenere il risarcimento del danno, in caso di comportame

Si. Oltre alle condizioni definite dalla Legge 210 del 1992, esiste la possibilità di richiedere il risarcimento dei danni subiti a causa di emotrasfusioni di sangue infetto, citando direttamente in giudizio il Ministero della Salute.
Tale diritto al risarcimento è un diritto da far valere in ogni caso in cui l’insorgenza della malattia sia in relazione con la trasfusione subita e prevede il ristoro di tutti i tipi di danni – morali, materiali, biologici, patrimoniali – che un soggetto abbia subito a seguito di trasfusioni infette o contatto con emoderivati.
È inoltre interesse del soggetto far valere questo diritto considerata l’entità delle cifre previste per i risarcimenti, che superano di gran lunga quelle relative agli indennizzi.

Assolutamente no. L’indennizzo è una cosa, il risarcimento un’altra. Certamente l’accoglimento della domanda ex l. 210/1992 è un aspetto positivo per un’eventuale causa di risarcimento danni, tuttavia non equivale ad una vittoria certa dal momento che il Giudice non è vincolato al buon esito della domanda previdenziale.

In linea generale si, ma in tal caso si dovrà andare a valutare caso per caso se sia o meno intervenuto il termine prescrizionale del diritto che, per costante orientamento giurisprudenziale, è di 5 anni dal momento in cui il soggetto dimostra di aver messo la propria malattia in relazione con le emotrasfusioni subite.

In linea generale il termine per poter richiedere il risarcimento del danno è di 5 anni dal momento della presentazione della domanda di indennizzo di cui alla legge 210/1992.

Purtroppo non è possibile dare una risposta certa a detta domanda, l’unica certezza è che, quanto più gravi sono le conseguenze dell’infezione, tanto più alto potrà essere il risarcimento del danno.

Si, ma in tali casi è richiesta una valutazione ancora più approfondita del caso. In un esempio del genere l’azione inoltre non viene esperita nei confronti del Ministero della Salute (come nel caso delle emotrasfusioni di sangue infetto), ma direttamente nei confronti della struttura sanitaria presso cui il soggetto ritiene di aver contratto il virus in maniera nosocomiale (contatto con aghi non sterili, contatto con attrezzature medicali non sterili ecc.).

Non è possibile dare una risposta certa, essendo troppe le variabili legate all’instaurazione ed al successivo svolgimento di un processo civile di tale tipo.

Certamente, ma in tali casi dovrà ugualmente essere fatta una valutazione in ordine all’eventuale prescrizione del diritto, valutazione che non essendo di ordine generale, richiede l’attento esame caso per caso.

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