Risarcimento danni legge Pinto2022-05-10T20:07:24+02:00

LEGGE PINTO

Equa riparazione: il diritto a un adeguato risarcimento per un’eccessiva durata del processo

La lentezza della giustizia italiana in relazione alla durata dei processi civili, penali, amministrativi e tributari è un dato, purtroppo, ormai noto. Una situazione così drammatica da spingere la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a condannare lo Stato Italiano a corrispondere risarcimenti per violazione della ragionevole durata del processo in quasi il 100% dei casi.

La Legge n. 89 del 24/03/2001, o Legge Pinto, ha introdotto, in Italia, il diritto al risarcimento del danno per eccessiva durata dei processi (equa riparazione). La tutela giuridica nei casi di violazione del termine ragionevole di un processo consente di valutare e condannare a un’equa riparazione l’Amministrazione Pubblica. Uno strunemto efficace contro gli estenuanti tempi della Giustizia.

Questa legge è la risposta effettiva agli esasperanti tempi processuali e prevede il diritto a un’equa riparazione del danno (patrimoniale e non patrimoniale) per tutti coloro che hanno subito un processo di durata eccessiva, ovvero superiore ai tre anni per il Primo Grado, ai due per l’Appello, a uno per la Cassazione.

Ogni cittadino che ha subito un giudizio (di Primo Grado, di Appello o di Cassazione) di durata eccessiva (in pratica tutti coloro i quali hanno avuto la sventura di passare nelle aule dei Tribunali) può richiedere il risarcimento del danno per eccessiva durata del processo entro sei mesi dalla conclusione dello stesso (dal momento in cui la sentenza è divenuta definitiva) e indipendentemente dall’esito positivo o negativo della sentenza.

Il risarcimento accordato dalle Corti d’Appello, presso le quali viene depositato il relativo ricorso, è in media pari a € 1000,00 per ogni anno di ritardo: quindi, superiore ai tre se si tratta di un processo di Primo Grado, ai due se è di Appello, a uno se è in Cassazione.

RAGIONEVOLE DURATA DEL PROCESSO

La ragionevole durata di un processo viene quantificata in tre anni per il giudizio di Primo Grado, in due per l’Appello, in uno per quello di Cassazione. Oltre tale periodo, la durata diventa “irragionevole” e determina il diritto al risarcimento del danno indipendentemente dall’esito favorevole o meno del giudizio.

TERMINE DI DECADENZA PER L’INIZIO DELL’AZIONE

Il ricorso deve essere depositato entro sei mesi dal giorno in cui il giudizio è stato concluso: più precisamente, dal momento in cui la sentenza è divenuta definitiva.

DANNI RISARCIBILI

L’equa riparazione prevede il risarcimento di danni sia patrimoniali che non patrimoniali: In relazione ai primi, occorre dimostrare che il lungo iter processuale, di cui si lamenti l’eccessiva durata, abbia causato specifici danni al patrimonio (ad esempio, la perdita di reddito, ovvero l’impossibilità di acquisire proventi).

Per quanto riguarda, invece, i danni non patrimoniali, la Corte di Cassazione si è adeguata alla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale conferma che, in tema di equa riparazione, “ai sensi dell’art. 2, della Legge 24 marzo 2001, n. 89, il danno non patrimoniale è conseguenza normale, ancorché non automatica e necessaria, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, di cui all’art. 6 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”.

In sintesi: poiché il danno non patrimoniale costituisce una conseguenza della violazione, è normale che l’irragionevole lunghezza di un processo produca, nella parte coinvolta, afflizioni, ansie, sofferenze morali che non occorre dimostrare. Le conseguenze non patrimoniali, quindi, possono ritenersi presenti senza il bisogno di alcuna prova relativa al singolo caso.

IMPORTO DELL’INDENNIZZO

La Legge 89/2001 stabilisce che il giudice liquida a titolo di equa riparazione una somma di denaro non inferiore a euro 400 e non superiore a euro 800 per ciascun anno, o frazione di anno superiore a sei mesi, che eccede il termine ragionevole di durata del processo prima individuati.

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FAQ

La legge Pinto (Legge n. 89 del 24/03/2001) è la risposta effettiva agli esasperanti tempi processuali e prevede il diritto a un’equa riparazione del danno (patrimoniale e non patrimoniale) per tutti coloro che hanno subito un processo di durata eccessiva.

Ogni cittadino che ha subito un giudizio (di Primo Grado, di Appello o di Cassazione) di durata eccessiva può richiedere il risarcimento del danno per eccessiva durata del processo entro sei mesi dalla conclusione dello stesso (dal momento in cui la sentenza è divenuta definitiva).

Ogni cittadino che ha subito un giudizio (di Primo Grado, di Appello o di Cassazione) di durata eccessiva può richiedere il risarcimento del danno per eccessiva durata del processo entro sei mesi dalla conclusione dello stesso (dal momento in cui la sentenza è divenuta definitiva). Secondo la Legge 89/2001 – che ha fatto propri i parametri individuati dalla CEDU – si considera rispettato il termine ragionevole di durata se il processo non eccede la durata di tre anni in primo grado, di due anni in secondo grado, di un anno nel giudizio di legittimità.

Quando il Giudizio supera le tempistiche individuate dalla Legge scatta il diritto al risarcimento del danno.

L’equa riparazione prevede il risarcimento di danni sia patrimoniali che non patrimoniali.

In relazione ai primi, occorre dimostrare che il lungo iter processuale, di cui si lamenti l’eccessiva durata, abbia causato specifici danni al patrimonio (ad esempio, la perdita di reddito, ovvero l’impossibilità di acquisire proventi).

Per quanto riguarda, invece, i danni non patrimoniali, la Corte di Cassazione si è adeguata alla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale conferma che, in tema di equa riparazione, “ai sensi dell’art. 2, della Legge 24 marzo 2001, n. 89, il danno non patrimoniale è conseguenza normale, ancorché non automatica e necessaria, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, di cui all’art. 6 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”.

La Legge 89/2001 stabilisce che il giudice liquida a titolo di equa riparazione una somma di denaro non inferiore a euro 400 e non superiore a euro 800 per ciascun anno, o frazione di anno superiore a sei mesi, che eccede il termine ragionevole di durata del processo prima individuati.

Un risarcimento danni diventa tassabile quando viene corrisposta un’indennità in sostituzione del reddito perduto. Pertanto, non essendo il caso in questione compreso in tale circostanza, i soldi percepiti a titolo di risarcimento danni non patrimoniali (ex art. 2, L. 89/2001), non fanno parte dell’imponibile fiscale.

L’importo del risarcimento è compreso tra i 1000,00 e i 1500,00 € per anno di ritardo, quindi per ogni anno superiore al terzo si ha diritto a tale somma.

Il risarcimento può essere chiesto durante il procedimento, quando questo è ancora in corso, o entro e non oltre 6 mesi da quando la sentenza è diventata definitiva.

La notifica è una procedura speciale eseguita dall’ufficiale giudiziario su richiesta di parte, o attuata a mezzo del servizio postale con particolari modalità; tuttavia il nostro staff verificherà la sussistenza della notifica in relazione ad ogni singolo caso.

Sì, l’esito del processo dalla durata irragionevole non influisce sulla richiesta di indennizzo.

L’azione viene promossa contro il Ministero della Giustizia, in caso di processi ordinari, e contro il Ministero dell’Economia e delle Finanze se si tratta di processi amministrativi o pensionistici.

Generalmente, dal momento in cui è stato depositato il ricorso presso la competente Corte di Appello trascorre un anno circa prima di ricevere una pronuncia. Qualora tale pronuncia risultasse positiva, GCP provvederà immediatamente a notificare il decreto di accoglimento all’Amministrazione, la quale, per legge, avrà 120 giorni di tempo per corrispondere i soldi dovuti. Scaduti i 120 giorni, nel caso di mancato pagamento, avrà inizio la fase esecutiva (cioè, il pignoramento dei soldi detenuti dallo Stato nelle proprie concessionarie) la cui risoluzione avviene, solitamente, in 60 giorni circa.

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